Web Bot Auth:
visitatori senza occhi

Immagine di sfondo dell'articolo sul traffico agentico: campo grafite uniforme con il lettering "Web Bot Auth", il logo Volcanic Minds e barre d'accento a gradiente viola-rosso agli angoli.

Il report scomodo di come sta cambiando il traffico web B2B

Su un gruppo di siti B2B SaaS sono state rilevate oltre 640.000 visite di agenti AI. Han letto articoli, han raccolto dati dei fornitori, han valutato condizioni commerciali. Ovviamente, per conto di qualcuno.

Ma nessuna di quelle visite ha fatto scattare una sessione in Google Analytics.

Il motivo è banale: quasi nessun agente esegue JavaScript, e un'analisi su oltre quattrocento mila visite ha rilevato che il 70,6% del traffico generato dall'AI arriva senza referrer header. In pratica: lo strumento di misurazione si basa su script che girano nel browser che non partono mai a contare. Il poco che passa finisce nel calderone "Direct", insieme a chi digita l'indirizzo a mano.

Il rischio è ottimizzare la conversione per il pubblico che si riesce (ancora) a misurare. Nel frattempo un secondo pubblico attraversa il vostro sito, e non è detto che trovi ciò che vuole o meglio nel modo in cui si vuole.

Crawler e agenti non sono la stessa cosa

Qui serve una distinzione che quasi tutti saltano.

Il crawler indicizza: passa, copia, se ne va. È quello che l'IT conosce da vent'anni e blocca per riflesso. L'agente invece agisce per conto di una persona in quel momento: cerca un fornitore per chi ha appena posto una domanda, verifica una disponibilità, compila una richiesta di preventivo. Il rapporto numerico inganna: per ogni visitatore reale che un assistente vi manda, il suo crawler è passato centinaia di migliaia di volte.

Bisogna non guardare (solo) il volume di ricerca, ma l'intento. E se si comprende, si può identificare il potenziale cliente qualificato e profilabile.

Il punto interessante è la conversione

Le rilevazioni indipendenti di questi mesi convergono su un punto che non è scontato: il traffico che arriva da assistenti AI converte da 4 a oltre 20 volte meglio dell'organico tradizionale.

La ragione non è magica. Chi arriva passando da un assistente ha già dato istruzioni, probabile abbia anche già confrontato diverse alternative, sa già cosa "aspettarsi". E quindi arriva l'agente, istruito, che non indugia ma agisce.

Potenzialmente, è un canale con un'economia di valore ma viene ignorato (quasi sempre) solo perché non compare in un grafico.

Bloccare o aprire è la domanda sbagliata

Quando la questione arriva sul tavolo, la discussione si polarizza in mezz'ora. Da una parte chi vuole chiudere tutto, perché scraping e abusi costano. Dall'altra chi vuole spalancare, perché il canale cresce.

Hanno torto entrambi, così non facciamo torti, e per lo stesso motivo: stanno trattando un problema di identità come se fosse un problema di traffico e risorse. Bloccare gli agenti (es tramite il robots.txt & co) vuol dire chiudere un canale di conversione, aprirli vuol dire rischiare abusi. La questione non è chi entra, ma chi entra con quale "intento".

Ma, esiste una terza strada, sperimentale. E si chiama Web Bot Auth.

L'agente firma crittograficamente la propria richiesta con le HTTP Message Signatures (RFC 9421), una chiave Ed25519 e un header che punta alla directory pubblica delle chiavi. Voi verificate la firma e sapete con chi parlate prima di decidere cosa concedere. Non è un esperimento di nicchia: dietro ci sono Cloudflare, Amazon, Akamai e OpenAI, un working group IETF costituito quest'anno e i circuiti di pagamento che la adottano come porta d'ingresso.

Diagramma del flusso Web Bot Auth: l'agente recupera la directory delle chiavi pubbliche su agent.bot.goog, invia una richiesta GET firmata con gli header Signature, Signature-Input e Signature-Agent, e l'origine valida la firma con il Public Key Set prima di rispondere.

La domanda vera non è chi sei, è chi ti manda

Ed è qui che diventa interessante, perché verificare l'agente risolve solo metà della questione.

Un agente che prenota, acquista o apre un ticket non agisce per sé. Agisce con una delega. Le domande a cui la vostra applicazione deve rispondere sono almeno quattro, non una: chi sei, chi ti ha autorizzato, fino a che importo (o altre restrizioni), entro quando.

La direzione c'è già ed è in corso di sviluppo. AP2, il protocollo per i pagamenti agentici emerso quest'anno sotto la FIDO Alliance, scompone l'autorizzazione in tre mandati firmati: l'intento dell'utente, il carrello approvato a quel prezzo, il pagamento. Ognuno è una credenziale verificabile con limiti espliciti e ben delineati.

Se vi suona familiare è perché lo è: è Zero Trust applicato a un attore che non è una persona. La differenza è che stavolta l'attore agisce a velocità macchina e non si stanca.

Quindi tutto da rifare?

No, non serve riscrivere il prodotto. Serve smettere di considerare l'interfaccia grafica l'unico modo per usare il vostro software, ormai è palese che non lo è.

1. Misurare lato server, non nel browser. I log applicativi vedono quello che lo script non vede. Distinguete crawler e agenti attivi, e portate quel numero nella stessa slide dove portate le sessioni di viste & co. Finché non ha un numero, non avrà un budget.

2. Esporre le capacità come contratti, non come pagine. Catalogo, disponibilità, prezzi, prenotazione: se un agente deve dedurli leggendo il DOM, il primo restyling vi taglia fuori. API contract-first, dati strutturati e, dove ha senso, un endpoint MCP (aka WebMCP).

3. Separare identità e delega. Verificate l'agente con la firma, e trattate l'autorizzazione dell'utente come una cosa distinta, con ambito, tetto di spesa e scadenza. Un agente autenticato non è (per forza) autorizzato.

4. Classificare e riconoscere. Un blocco o un rate limit mal definito ha il peso di una decisione commerciale, quindi va valutato bene.

Un effetto collaterale: il collaudo

C'è una cosa che abbiamo notato: quando un agente non riesce a completare un'azione sul vostro prodotto, quasi sempre quell'azione è faticosa anche per una persona. Un flusso di prenotazione con quattro passaggi ambigui è opaco per tutti. Il traffico agentico non è solo un canale, è una convalida non indifferente.

Ed ecco che non bisogna cadere in alcune trappole:

- Chi fa solo frontend ricercherà un sito più bello che gli agenti faran fatica a navigare.

- Chi fa solo sicurezza cercherà di isolare e bloccare i non umani.

- Chi fa solo AI vi consegna un chatbot perché così siete più "smart".

Ma la verità è che, semplicemente, bisogna partire dalle capacità del prodotto così da renderlo utilizzabile, verificabile e delegabile.. di nuovo, per tutti.

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Da dove si comincia?

Dai log del vostro sito: contate quante richieste, negli ultimi trenta giorni, non hanno mai eseguito una riga di JavaScript o non matchano con le analitiche di Google. Se quel numero vi sorprende, siete già in ritardo di qualche mese o più. Se non riuscite nemmeno a estrarlo, il primo problema da affrontare è quello.

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Tag: AIDevelopment

Data pubblicazione: 2 Settembre 2026

Ultima revisione: 2 Settembre 2026